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> DOLMEN
S
orgono a breve distanza l'uno dall'altro, al massimo 1 o 2 km in linea d'area, lungo il percorso di Lama Santa Croce. Attualmente se ne contano quattro, benchè in passato fossero più numerosi. Si tratta di imponenti strutture funerarie megalitiche. In particolare, i dolmen biscegliesi, così come il dolmen di Giovinazzo e alcuni dolmen del tarantino e del brindisino, rientrano nella tipologia delle tombe dolmeniche a galleria e a corridoio entro tumulo ellittico e come tali sono databili al Bronzo Medio (XVI - XIV sec. a.C.). L'ipotesi più accreditata è che si tratti di sepolture di prestigio legate a famiglie eminenti e rilevanti all'interno del gruppo.
I Dolmen presenti nell'agro biscegliese sono quattro, ma in passato erano più numerosi:
dolmen la Chianca
dolmen dei Paladini
dolmen Albarosa
dolmen Frisari
I dolmen distrutti
dolmen la Chianca
A
l quarto chilometro della via per Corato-Ruvo, svoltare a sinistra e seguire la segnaletica che conduce agevolmente al dolmen. Tra i più importanti d'Europa per dimensioni e bellezza di linee, il dolmen della Chianca presenta un ottimo stato di conservazione. Fu scoperto il 6 agosto 1909 da Mosso e Samarelli, che vi condussero anche i primi scavi. Successivamente Gervasio approfondì le indagini nel corso del 1910. I reperti rinvenuti furono acquisiti dal Museo Archeologico di Bari, ove sono tuttora esposti.
Appartenente alla tipologia della tomba a corridoio largo, si compone di cella sepolcrale e di corridoio di accesso. La cella - alta m 1,80 - è formata da tre grandi lastroni verticali su cui poggia il lastrone di copertura che misura m 2,40 x 3,80. Tutto il materiale litico impiegato è in calcare, che, stratificato ed estraibile in lastre, proviene dal territorio circostante. Il corridoio - lungo m 7,50 - è formato da lastroni piatti, infissi verticalmente nel terreno, di altezza notevolmente inferiore rispetto a quelli della cella. Pertanto, la lunghezza totale del dolmen è poco meno di m 10 ed ha l'ingresso rivolto ad Est. Il Gervasio, scavando anche attorno al monumento, intercettò un muro a secco largo due metri, che scendeva per 40 cm
nel terreno fino alla roccia.
Tale muro, che si interrompeva solo sul lato orientale, vale a dire in corrispondenza dell'apertura, costituiva la base per l'enorme tumulo di pietre che ricopriva interamente il dolmen. Gli scavi effettuati nella cella e nel
dromos
hanno restituito numerosi resti ossei umani attribuibili ad una decina di individui, ed un ricco corredo funerario costituito da vasi di ceramica ad impasto, alcuni vaghi e pendagli di collana, una fusaiola e frammenti di lama di ossidiana e di selce, una falera in bronzo. Quasi al centro del
dromos
furono rinvenuti i resti di un focolare circolare, di una decina di
centimetri di spessore e con una quindicina di stratificazioni, formato da cenere fine e ben battuta, mescolata a pezzi di carbone con ossa combuste di animali. Tale focolare era stato acceso diverse volte a scopo rituale, in occasione dei vari momenti di deposizione.
In base ai dati di scavo è da ritenere che ci siano due livelli e quindi due distinti momenti di deposizione: uno più antico, relativo ai livelli inferiori, attribuibile al Protoappenninico, e l'altro ad una fase non molto avanzata dell'Appenninico. Ciò vuol dire che la tomba fu utilizzata a lungo per diverse generazioni.
Nell'ambito delle sepolture dolmeniche pugliesi, gli oggetti rinvenuti costituiscono il corredo più ricco, benché la struttura sia stata depredata e sconvolta in antico: sarebbe da imputare a saccheggi, infatti, la mancanza di bronzi nella cella. In conclusione, il dolmen della Chianca costituisce un
unicum
, non soltanto per l'eccezionale stato di conservazione, ma anche per la consistenza numerica dei reperti, non comparabili con oggetti simili di altri dolmen del territorio barese.
dolmen dei Paladini
I
l dolmen dei Paladini o Colonnelle va attribuito ai popoli che abitarono le zone intorno alle lame di Santa Croce. Al momento del rinvenimento era il dolmen meglio conservato dell'agro biscegliese, infatti oltre alla cella si conservavano ancora i quattro lastroni laterali del corridoio, due per lato. Esso apparteneva alle tipologie delle tombe a corridoio e vi erano due lastre trasversali che dividevano il monumento in scomparti. La cella misura m 3 x 2,50, il lastrone di copertura, del peso di circa 8 tonnellate, è a m 2 dal suolo. L'apertura è rivolta verso Est. Una
leggenda
contadina narra che quando gli uomini erano più forti e non obbligati a lavorare la terra, vi fu una gara tra i giganti a chi inalzasse la tavola di pietra più grossa per costruire una casa. I primi piantarono verticalmente le pareti, ed ognuno pretendeva aver compiuto il massimo sforzo; ma vinse l'ultimo che da solo coprì la casa sollevando d'un tratto l'enorme lastrone che fa da tetto.
dolmen Albarosa
P
ercorrere via Ruvo per qualche chilometro, fino ad incrociare, sulla destra, una stradina di campagna al cui ingresso è presente un cartello segnaletico indicante il dolmen di Albarosa. La sua scoperta, avvenuta nell'ottobre del 1909, si deve al Samarelli, mentre scavi successivi furono condotti dal Gervasio.
Il dolmen conserva ancora parte del tumulo che lo ricopriva. In passato, infatti, nell'altipiano di Albarosa, a meno di 20 metri dall'orlo di una lama, era visibile un imponente cumulo di pietre, denominato comunemente "specchione di Albarosa", al cui interno fu rinvenuto il dolmen. La pianta primitiva del tumulo, che in origine era ellittica, era stata deformata dalla costruzione di trulli.
Del dolmen, che ha una lunghezza complessiva di m 7, restano le lastre litiche che costituiscono le pareti laterali; l'altezza media è m 1,80, manca della copertura ed ha l'ingresso ad Oriente. Esso, che rientra più propriamente nella tipologia della tomba a galleria, all'interno è suddiviso a scomparti per mezzo di lastroni trasversali. E' impiantato su una piattaforma artificiale di terra e di pietre, alta cm 40 circa dal piano attuale di campagna, che serviva a conferire maggiore monumentalità alla struttura. Tale piattaforma restituì ai tempi del Gervasio frammenti di ceramica impressa, graffita, dipinta, intonaco di capanne e strumenti litici; materiali pertinenti ad un precedente insediamento neolitico, da porsi in relazione con gli strati superiori della Grotta di Santa Croce.
La tomba di Albarosa, che agli inizi degli anni '60 e alla fine degli anni '80, è stata oggetto di ulteriori indagini archeologiche, oltre a pochi frammenti ceramici, ha restituito un boccale ad impasto quasi completamente ricomposto, frammenti di ossa umane e un frammento di costola con foro passante: si tratta probabilmente di un elemento ornamentale. La quantità dei materiali recuperata nel corso delle campagne di scavo è nettamente inferiore rispetto a quella rinvenuta nel dolmen della Chianca. Non è possibile affermare con certezza se ciò sia segno di una minore ricchezza o distinzione del gruppo che la utilizzò, tanto più che il Biancofiore ritiene che la tomba fosse stata depredata.
dolmen Frisari
S
i raggiunge percorrendo via Ruvo per qualche chilometro e seguendo la segnaletica che conduce agevolmente al dolmen. E' sito in contrada Lama d'Aglio in un terreno in cui sorge la masseria Frisari.
Fu oggetto di sommaria indagine da parte del Gervasio, nel 1909, all'epoca delle esplorazioni degli altri due monumenti. Già allora si presentava semidistrutto a causa del tempo ma anche della mano dell'uomo. Era privo di copertura, definito da tre lastroni appena affioranti, con apertura rivolta ad Est. Nel 1990, da parte della Soprintendenza Archeologica della Puglia, si è intrapreso un progetto di recupero del dolmen Frisari. In quell'occasione fu messa in luce la parte residua della struttura che in origine doveva essere inglobata in un tumulo di pietrame sciolto.
Esso è inserito in una sorta di basolato a lastroni più regolari, che poggiano sulla piattaforma calcarea di base.
Il tumulo era a pianta ellittica, con uno sviluppo di circa 8 metri di larghezza in senso Nord-Sud. All'interno del tumulo si apre una cella larga m 2 e lunga m 3. Due grandi lastroni squadrati, riversi all'interno della galleria, ne facevano sicuramente parte in origine, ipotizzando quindi uno sviluppo per complessivi 4 metri. All'interno della cella è stato recuperato parte di un cranio appartenente ad un individuo adulto e alcuni resti ossei umani non in connessione, insieme ad uno strumento in osso a doppia punta, forse un amo. Nella galleria furono rinvenute, inoltre, una ciotola ed una tazza di piccole dimensioni.
I dolmen distrutti
I
dolmen distrutti nel territorio biscegliese sono tre. Il primo si trovava in un fondo di proprietà della signora Lucietta Pasquale Berarducci, in località
masseria Chianca
nei pressi dell'omonimo dolmen. Di un secondo dolmen distrutto, situato in
contrada Albarosa
, ne da notizia il Samarelli: "Il 15 Agosto 1911 il fittuario di Albarosa signor Gennaro di Molfetta, venne a comunicarmi che nel fondo alcuni operai per ordine della signora proprietaria scatenavano il terreno per estirpare la gramigna proprio sul posto della stazione. Spinto dall'amore di questi studi volli recarmi il giorno seguente ad Albarosa coll'amico Ciccillo Capacchiani, ed insieme osservammo che quella schiera di uomini coi loro picconi iconoclasticamente devastavano tutto. Uno scheletro fu da loro tutto frantumato e le pietre che ne componevano la tomba erano fuori il terreno con pezzi di ceramica che forse appartenevano a qualche vaso funerario".
In
contrada Santeramo
, al confine fra Trani e Bisceglie ad un paio di chilometri dalla chiesa di Santa Maria di Giano, furono individuati nel 1961 i resti di un altro dolmen conosciuto come dolmen di Giano che nel 1975 fu distrutto. Si trattava di un tomba a galleria entro tumulo.
Anche questa contrada è delimitata a Sud-Est da una lama.
Le informazioni e le foto utilizzate per la realizzazzione di questa pagina sono state tratte da:
La vita, la morte e l'aldilà, di Antonia de Silvio e Dorita Piccarreda.
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Last update: 4-Sep-2010
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